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Gli scatti di Camille Lepage. Immagini di una vocazione coraggiosa

Non sono una fotogiornalista e non ne conosco le regole professionali.
Ma il film “Camille” di Boris Lojkine, nella sua semplice grammatica cinematografica, mi sembra sia riuscito quanto meno a far intuire ciò che regola il mondo del fotogiornalismo. Inoltre la figura di Camille mi ha ispirato per recuperare il significato di un festival come quello di Padova diretto da Riccardo Bononi che sostiene: «L'idea che sta alla base della nascita di IMP Festival è la convinzione che il fotogiornalismo oggi sia il più rapido accesso alle storie e ai dibattiti internazionali in grado di connettere i quattro angoli del Mondo, una modalità per rendere ciascuno partecipe e consapevole del proprio ruolo fondamentale anche nelle questioni più controverse e geograficamente lontane.» Guardando il film e guardando le immagini a Padova (festival concluso il 27 giugno) ho naturalmente colto linguaggi diversi ma soprattutto ho ascoltato modi di “fare reportage” differenti. Martino Periti su Il Bo Live si è chiesto cosa spinge una persona a rischiare la vita per raccontare una guerra. E si è risposto che la psicologia degli inviati al fronte, giornalisti e fotografi che si mettono in gioco per testimoniare tragedie invisibili, è complessa e a volte indecifrabile.Una indecifrabilità che nel film diventa naturalezza nel seguire la propria vocazione: è ciò che fa Camille in Africa, terra di cui è innamorata, alla quale sembra ancora più naturale partecipare attivamente al conflitto del 2013 che insanguina la Repubblica Centrafricana. Giovane fotografa determinata e in parte ingenua, o genuina, da voler documentare l’ingiustizia e la violenza senza l’ambizione del premio, senza indossare l’abito del cinico, con la giusta rabbia per riuscire ad urlare con le proprie fotografie una situazione che richiede aiuto. Un aiuto che l’Occidente non riesce a dare.Il festival del fotogiornalismo serve a questo: mettere le persone di fronte a immagini per risvegliare la propria coscienza. È pur vero che il livello estetico di molte fotografie spesso mascherano la vera verità dell’orrore. C’è chi sostiene che gli articoli non si dovrebbero firmare per evitare la tentazione di diventare narcisisti. Forse vale anche per i fotoreporter. Nessuna firma, solamente la sequenza di fatti che da soli dovrebbero andare direttamente al punto della situazione. Lasciare agli altri il giudizio verso la tecnica perfetta della composizione oppure il giudizio sui danni che gli esseri umani procurano ad altri esseri umani e sul loro perché. Camille merita, se pur morta, di essere dentro ad un festival di fotogiornalismo come lo ha meritato Krzysztof Miller nell’edizione di Padova di quest’anno. Camille così come Krzysztof desiderano andare oltre le barriere del bianco e nero, del colore, della simmetria, della perfezione estetica e della distanza tra il fotografo e il soggetto, cercano di passare dall'altra parte, cercano di raccontarci qualcosa dell’animo umano. Il film non dà risposte così come molte delle immagini al Festival di fotogiornalismo di Padova, lasciano lo spettatore libero di una interpretazione personale. Camille e Krzysztof rappresentano un modo diverso di vivere una professione estrema forse cercando di avvicinarsi con il cuore, oltre che con la mente e lo sguardo, alle persone che subiscono ciò che non dovrebbero subire. “Cerco di mostrare il lato umano di ogni storia, di mostrare ogni persona che fotografo come se fossero mio fratello e mia sorella”, così parlava del suo lavoro Camille Lepage.
Tiziana Bonomo



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